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sabato 21 marzo 2009

Springtime in London

Alla faccia di credit crunch, catene di negozi che ti chiudono da un giorno all'altro davanti agli occhi, Marks & Spencer sezione cibo che da supermercato di lusso è diventato più economico del peggio Lidl che sennò non vende un benemerito spotted dick (aka il dolce più schifoso dell'universo dopo il Christmas pudding), qui si continua ad andare a teatro...anche perché spesso Nerwen o ha tickets aggratis o comunque molto scontati e ringraziando il cielo il mondo fringe ancora nasconde notevoli perle.


Breve riassunto di quanto visto negli ultimi dieci giorni

10.03 - Austentatious, Landor Theatre - Clapham

Un musical che ha anche solo un vago sentore di Jane Austen???? Miooooooo!
Il cast poi era anche molto interessante con CJ Janson, già stand by Elphaba e in Tick ,Tick ..Boom! ma che non avevo mai visto in azione, l'eterno Nikkie (incrocio tra Nicky e Trekkie) Simon Lipkin, l'ex Hairspray multitasking Fem Belling e il Brad dell'ultimo tour del RHS, Richard Meek.
Non penso di aver mai riso così tanto in vita mia come negli ultimi 20 minuti di questo show. E' una play within a play in cui una compagnia scalcagnata vuole mettere su una versione molto alternativa di Pride and Prejudice ideata dal personaggio un tantinello show off della Belling che include momenti tersicorei tra le sorelle Bennett, un Mr Bigley che conquista l'amore di Jane salvandola da un pericoloso orso meccanico, Wickham e Lydia che fuggono a Manhattan su una nave di pirati (prima doveva essere Amsterdam con tanto di danza sui tipici zoccoli) ed Elizabeth che convince Lydia a tornare indietro dopo averla battuta in una estenuante gara di tip tap. E alla fine Darcy bacia appassionatamente Wickham e quasi tutti vivono felici e contenti.
Vi ricordavate il libro un po' diverso? Ah perché da questa storia ci hanno fatto un libro (cit. regista della play)?
Purtroppo chiude il prossimo 28 marzo, ma iniziano a girare voci di un transfer nel West End, che meriterebbe appieno, si spera in un teatro di quelli piccini e con politica di prezzi adeguata.

11.03.2009 - Zorro - Garrick Theatre


Personalmente non ho mai fatto la schifiltosa quando si parla di musical juke box, ovvero di spettacoli musicali in cui i brani sono tratti dal repertorio di qualche cantante/band. Nel caso di Zorro la band prescelta erano i Gipsy Kings ma confesso che se non fosse stato per la solita amica che non parla bene inglese ma vuole vedere un musical, probabilmente non sarei andata già lo scorso novembre, terrorizzata da due ore e passa di Bambolei e Djobi Djoba. E avrei sbagliato. Per cui quando è arrivata la notizia della chiusura anticipata (sigh!), sono stata ben felice di assecondare Nerwen e tornarci.
Lo spettacolo è molto divertente e carino, alcuni numeri di danza notevoli e soprattutto gli interpreti principali sono braverrimi: Matt Rawle rientra nella categoria bono e bravo, bravo e bono e il suo Diego de La Vega/Zorro (oops ho spoilerato!) è tanto cheeky, Lesli Margherita è una gnappetta carinissima con una voce da paura ed un talento mostruoso nell'insieme, Emma Williams a me è piaciuta in tutto quello in cui l'ho vista e qui è stata solo una conferma. Una menzione speciale al simpatico panzone Sergente "Si, mi capitan" Garcia e al cattivo Ramon che è stato booooato al curtain call come il peggiore cattivo da panto.

16.03.2009 - Dirty Dancing - Aldwych Theatre

Se ne parlo è solo perché vorrei evitare ad altri questa esperienza assolutamente traumatica di trovarsi davanti ad una delle più grosse schifezze che siano mai state allestite in un teatro. Chiunque occuperà l'Aldwych dopo 'sto scandalo, faccia disinfettare per bene tutto perché secondo me lo spirito del tronco che si abbassa per farci camminare sopra Johnny e Baby rischia di infestare il palco per i secoli a venire, altro che lo chandelier del Phantom!
Immaginate un musical in cui i due protagonisti non cantano una nota...no, non c'è la Hunziker che canta in playback, proprio non è previsto che emettano un suono su un pentagramma che è uno. In compenso ci sono un sacco di brani tratti dal film che vengono suonati direttamente da un lettore CD o simili e non dall'orchestra, degli effetti speciali su chroma key degni dei varietà televisivi degli anni '80, con la famosa scena del sollevamento in acqua che non è ridicola, è oltre, e la scena della prima volta tra i due dement...ehm protagonisti che ci viene pure proposta in un'immagine in alto che c'ha fatto un tantinello rivoltare le budella e meno male che non avevamo cenato prima dello spettacolo.
Inoltre dietro di noi c'era la parte femminile della famiglia De' Buzziconis che nel corso del primo atto non s'è stata zitta un attimo, durante l'intervallo s'è cantata un West End mix da pigliarle a schiaffi a due a due fino a quando non diventavano dispari, fino a quando il loro vicino con il meglio tono British understated gli ha fatto gentilmente notare che magari loro non se ne accorgevano, però il loro parlottare e cantare continuo era fastidioso per chi gli stava vicino. A Roma ci sarebbe stato da chiamare il 113...
Da notare che nel merchandise c'erano dei bavaglini con scritta la famosa frase "Nobody puts baby in a corner". Poi dice perché uno da grande diventa serial killer...

20.03.2009 - Maria Friedman Sings Sondheim - Cadogan Hall

Ho già detto vero quanto i BIB adorano questa gran donna? Ecco dopo averla sentita farsi un'ora e quaranticinque di canzoni di Sondheim, intrepretandole una per una, sono sempre più convinta che lei e Sondheim sono qualcosa di spaventosamente simbiotico.
La scorsa volta che me l'ero gustata ai Trafalgar Studios a novembre nella reprise del suo Re-arranged, Sondheim in persona era tra il pubblico se l'è guardata con profondo amore paterno per tutto lo show.
Ieri sera, con il mero supporto di un pianoforte e di un violoncello, la Friedman si è superata, toccando un po' tutte le opere del suo maestro.
Peccato che l'acustica della Cadogan nelle prime file è proprio pessima e che avevo seduta vicino una cavolo di italiana che ha appestato la sua povera amica autoctona con i suoi racconti di musical visti in passato a Londra con tanto di name dropping di cast, della sua conversazione con Boubil che gli avrebbe detto che non portava Les Mis in Italia perché sennò gli italiani non sarebbero andati mai a vederlo in quanto avrebbe perso il suo gusto "esotico" (!?!?!?), con una sua analisi assolutamente assurda sul perché in Italia i musical non andavano, dei suoi favolosi nipoti e altro che ho rimosso.

E venerdì prossimo tocca a Roberto Bolle (ovvero colui che cerca tanto una fidanzata e spera tanto di trovarne una uguale alla Diana Wonder Woman di Jean Claude di Mai Dire...), che si spera sia molto poco vestito che c'abbiano da reggere due ore e passa di balletto e vogliamo ne valga la pena.

mercoledì 25 febbraio 2009

. . . litora, multum ille et terris iactatus et alto

C’è voluto un lungo periodo di preparazione… audizioni su audizioni per selezionare il cast, settimane di prove per ricostruire in ogni minimo dettaglio l’allestimento originale, ma, alla fine, conclusa la felice run on Broadway e raccolta una manciata di Tony, “Spring Awakening” ha attraversato l’oceano è si è stanziato in quel di Hammersmith, dove la bella struttura del Lyric Theatre (un po’ camuffato da Caffè Brera, a dirla tutta… un altro po’ e saremmo arrivati a teatro in ritardo!) lo ospita da qualche settimana, in attesa del meritato transfer al Novello Theatre.

Dopo avere sperimentato meno di un anno fa il fascino dell’allestimento in quel di New York, i vostri Bad Idea Bears si erano ripromessi di rivedere lo show, e quale migliore occasione poteva esserci della possibilità di scoprire come si era trasformato sul suolo UK?

WHERE? Lyric Hammersmith Theatre



WHEN? 21st February 2009



HOW WAS THE SHOW? Beh, ferme restando le considerazioni di allora, per gli elementi più positivi e quelli che qualche dubbio ce lo lasciavano a livello compositivo, lo show conserva un impatto visivo al quale è difficile restare indifferenti, tanto sapiente è l’uso delle luci. Il palco è decisamente spoglio, e ben pochi sono i props chiamati in causa, ma questo non limita in alcun modo l’efficacia della rappresentazione. Il cast inglese, formato da giovanissimi per la maggior parte al loro debutto, convince per l’energia e l’entusiasmo e per il talento distribuito a larghe mani - Iwan Rheon (Moritz) su tutti, ma pure Charlotte Wakefield (Wendla), Aneurin Barnard (Melchior) e Jamie Blackley (Hanschen) stupiscono per l’intensità con la quale danno vita ai loro personaggi.

Detto tutto ciò, ed essendo un po’ scontata l’approvazione per una produzione di qualità che arriva, finalmente, in un panorama londinese zeppo di chiusure anticipate e di show che immeritatamente continuano ad avere la sorte dalla loro parte… i vostri cari orsetti vorrebbero condividere con voi la sensazione bizzarra che si è impadronita di loro quando alcuni interpreti sono comparsi in scena. Bando alle ciance, quindi, e via con un episodio inedito di “Separated at birth?”



Aneurin Barnard – Elijah Wood


Charlotte Wakefield – Emma Watson




Iwan Rheon – Matthew Horne

Jamie Blackley - Richard Gasquet


E – speriamo di non introdurre qui spoiler per nessuno… – potete immaginare l’attimo di smarrimento, quando “I believe” ci ha proposto un incontro molto, molto ravvicinato tra “Frodo” ed “Hermione”, in un improbabilissimo cross-over tra Middle-earth e Castello di Hogwarts!!?

giovedì 15 gennaio 2009

Into the woods and through the fear…

... you have to take the journey!

E siccome l'anno vecchio si era chiuso con Sondheim… non era forse il caso che l'anno nuovo venisse immediatamente aperto con un po' di Sondheim time? La possibilità ghiotta ci è stata offerta da una produzione decisamente off-West End, dichiaratamente a budget ridotto, ma non per questo povera di ingegnosità nell'allestimento o di qualità esecutiva…

WHERE: Upstairs at the Gatehouse, Highgate Village – London, N6 4BD
WHEN: Saturday, 3rd Jan. 2009
HOW WAS THE SHOW?:

La venue: il tipico performance space ricavato sopra un pub, questa volta nel villaggio di Highgate, ovvero un trivio con due bottegucce e, appunto, il pub. Ad accogliere il pubblico all'ingresso una ragazza della produzione che ti controlla il biglietto e dice "welcome to the woods!" e, a dire il vero, varcata la soglia e preso posto sui (non scomodi… molto, molto peggio!) seats ci si trova decisamente catapultati nella dimensione di 'Into the woods', perché, come spesso accade in questo tipo di produzione, non solo il confine tra palcoscenico e pubblico è a dir poco virtuale, ma addirittura si spinge tra i seats stessi, dove parte del cast prenderà posto a più riprese.
Quando lo show prende il via, realizziamo immediatamente che questo allestimento che va in scena a cavallo del periodo festivo di fine anno prende in prestito più di qualche elemento dalla forma di intrattenimento teatrale più tipica della stagione – la panto – per proporne al pubblico una in cui il materiale è decisamente più strutturato e profondo, ma la messinscena gioca spesso e volentieri con quella naivetè che è propria del racconto destinato ai bambini. E dato che il libretto stesso si propone di scompaginare un bel po' di fiabe della tradizione rileggendole da un punto di vista molto diverso dal solito, e indagando poi su che cosa succede nel mondo delle favole dopo quel "e vissero tutti felici e contenti" al quale ci hanno abituati da bambini… l'idea non è affatto malvagia.
Così, Florinda e Lucinda, le sorellastre di Cinderella, sono interpretate da due attori in drag, come in ogni panto che si rispetti… a rappresentare Milky White, la mucca "best friend" di Jack c'è un buffo accrocchio che di bovino ha molto poco… le soluzioni di scena per rappresentare il sangue, le trasformazioni, gli effetti magici sono talmente semplici e dichiaratamente "in your eye" che strappano risate più che sembrare "cheap"…
A fare da contraltare a questa giocosità c'è, però, la scrittura del musical che è, al solito, ricca di trovate geniali, sia dal punto di vista musicale, sia per quanto riguarda i testi… le situazioni in cui si trovano i personaggi, in buona parte, ci sono note dall'infanzia, ma la rilettura che ne viene data è ora spiazzante, ora al limite della caricatura e pertanto naturalmente comica ("Agony", il duetto dei due principi che cantano di quanto sia struggente e doloroso cercare di conquistare le rispettive innamorate tanto difficili da raggiungere ne è un chiaro esempio!). Efficace poi la soluzione utilizzata per l'ambientazione, per cui proiezioni su uno schermo hanno dato vita ai vari luoghi nei quali si svolge la trama ed hanno fatto da sfondo alle immagini registrate dei personaggi che non potevano essere materialmente in scena in quel momento, dato che i loro interpreti erano già in scena nei panni di altri (come nel caso dei principi di cui sopra, che erano anche le sorellastre, uno di loro era anche il Lupo, etc.). Il caso per altro ha voluto che incontrassimo il grafico che ha creato le proiezioni un paio d'ore prima dello show, perché è un collega di Nerwen!

Dal punto di vista interpretativo, il cast ci ha più che convinto in certi casi, ed in particolare con il Baker di Dominic Brewer e la Baker's Wife di Rachel Bingham , e soprattutto con la Cinderella della bravissima Emma Odell e la Little Red Riding Hood di Lauren Appleby. Un po' deludenti, invece, la Strega di Susan Kyd e il Jack di Daniel Summers. Segnaliamo invece la prova poliedrica di Shimi Goodman, non solo per la bella e facile vocalità, ma per le risate regalate dalla sua "principesca" falcata nell'attraversare il palco "al galoppo" e per averci proposto il Lupo cattivo più camp della storia!

giovedì 8 gennaio 2009

It sounds unlikely to me…

… but you said I should watch for the night to smile.

Sarà che al cioccolato è difficile resistere… ma i vostri orsetti di fiducia sono qui a raccontarvi di una loro ennesima incursione alla Menier Chocolate Factory che, ancora una volta, li ha visti uscire estatici e conquistati da una nuova produzione che già grida “ West End transfer” a gran voce, e non solo perché la run nella intima e piccina venue sulla riva sud del Tamigi è sold-out da un bel po’…

WHERE: Menier Chocolate Factory, 53 Southwark Street - London SE1 1RU
WHEN: 31st December, 2008
HOW WAS THE SHOW?

È estate in Svezia, ai primi del ‘900. Una di quelle notti in cui il sole scende basso sull’orizzonte, senza però realmente tramontare mai… e quella luminosità naturale, ovattata sì, ma sufficiente a tenere gli animi svegli mentre la notte si consuma, fa da cornice al racconto basato sul film di Bergman “Smiles of a Summer night”. Perché mai dovrebbe sorridere la notte? Chiede la giovanissima Fredrika alla nonna, Mrs. Armfeldt.

Beh, sorride di fronte alla follia umana: ai giovani, che non sanno nulla… agli sciocchi, che sanno troppo poco… e ai vecchi, che sanno pure troppo.

Anche il pubblico di questa nuova produzione di “A little night music”, con gli occhi attenti a scorgere i sorrisi della notte né più né meno di quelli di Fredrika, viene presto catturato e portato ad osservare le piccole follie umane dalla prospettiva privilegiata della stessa Mme. Armfeldt (Maureen Lipman), il cui rimescolio delle carte da solitario segna un corrispondente rimescolio tra le relazioni fra i personaggi, e del quintetto/coro greco che punteggia il racconto creando le atmosfere e giocando di contrappunto sia musicalmente, sia quanto a riflessioni inserite con apparente casualità tra un verso e l’altro.
Hannah Waddingham ha l’arduo compito di essere Desirée dopo che lo stesso ruolo è stato associato ad un’attrice del calibro di Judi Dench nella produzione del National Theatre del ’95, e supera l’esame... rendendo il confronto improponibile perché disegna, se possibile, un personaggio molto diverso. La sua Desirée è una donna che ha ancora un gran bel pezzo di vita davanti a sé e vuole provare a riscriverne il copione prima che sia troppo tardi… è una mamma affettuosa che cerca e trova in Fredrika una complice giocosa, e una figlia ribelle cui Mme. Artfeld rimprovera qualche scelta non ben ponderata… la sua ‘Send in the clowns’ non ha la stessa intensità drammatica di quella della Dench, ma recupera, come era prevedibile, sul versante della facilità vocale.

Al suo fianco sono molto efficaci i due rivali in amore, Fredrik (Alexander Hanson) e Count Carl-Magnus (Alistair Robbins), ma ancora più degni di menzione sono Gabriel Vick nei panni di Henrik, che rilegge in modo ironico e buffo “Later” senza privare Henrik della intensità e moralità che lo contraddistinguono (e suona meravigliosamente il violoncello!) e Kelly Price, fantastica nel ruolo della Countess Charlotte, cui il libretto affida il compito di muovere i fili che fanno evolvere la situazione interrelazionale e, di fatto, rendono possibile “A weekend in the Country” in cui tutti i personaggi si ritrovano sotto lo stesso tetto.

A fare da contraltare alla sua prova è l’unico vero neo della produzione, ovvero Jessie Buckley nel ruolo di Anne - nota a margine per Sir Mackintosh se per caso ci sta leggendo… ok che durante “I’d do anything” fosse diventata la sua preferita e ok che adesso ci tenesse tanto a darle una spintarella, ma insomma… al prossimo casting, magari, siamo più obiettivi, d’accordo? Vero, fare la ragazzina foolish le viene incredibilmente naturale, ma la parte di Anne è troppo acuta per la sua tessitura. E puh-lease… qualcuno provi a toglierle una briciola dell’accento regionale che si porta dietro! Al confronto, Grace Link, la giovanissima interprete del ruolo di Fredrika fa il figurone di una navigata professionista…

Ancora una nota di merito va al “personale di servizio” di casa Egerman e Artfeld, alla Petra di Kaisa Hammerlund, che si merita un sonoro applauso al termine di “The miller’s son” con la quale riempie da sola la scena e a Jeremy Finch, Frid, cui spetta il compito di riesumare dallo score quella “Silly people” cancellata ai tempi della produzione on Broadway.
Last but oh so not least… ancora una volta l’orchestrazione originale di Sondheim, alleggerita e riarrangiata su scala “da camera” per la Menier, ad opera di Jason Carr è un gioiello, e consente di apprezzare quanto le liriche siano ricche e “subtle”, anche nelle parti di insieme e nei numerosi interventi del “coro greco”.

Insomma… diteci quando e dove si trasferisce, che noi orsetti prenotiamo già d’ufficio per un paio di repliche… maybe next year?

domenica 28 settembre 2008

Shhh, they're playing my song


Ebbene sì, siamo tornati di nuovo alla Menier Chocolate Factory, a vedere finalmente la vincitrice del primo reality targato ALW Connie Fisher (per la quale avevamo tifato sin dal primo giorno, ma che abbiamo mancato poi in the Sound of Music) e a ritrovare il sadico dentista di Little Shop of Horrors, il bravissimo Alistair McGowan in questo They're playing our song con libretto del grande Neil Simon e che anche in Italia ha avuto un certo successo un bel po' di eoni fa nella versione Proietti-Goggi.

WHERE: Menier Chocolate Factory - Southwark
WHEN:31 August 2008, matinee
HOW WAS THE SHOW?

Semplice storia d'amore tra il compositore Vernon Gersch e l'incasinatissima e perennemente ritardataria paroliera Sonia Walsk, che nasce da un incontro di lavoro per scrivere insieme una canzone, sembra chiudersi per vari motivi tra cui la presenza ingombrante di Leon, ex fidanzato di Sonia con tendenze autolesioniste, che non si vede fisicamente, ma che non esita a chiamare a qualsiasi ora del giorno e della notte, ma poi il lieto fine trionfa e i due si ritrovano dopo varie peripezie.
A contorno, oltre ai due protagonisti, una sorta di coro greco composto da tre alter ego per personaggio.
Nell'insieme è stato un modo gradevole di passare un paio d'ore. Alistair e Connie superlativi, allestimento e regia semplici ma efficaci nella migliore tradizione Menier ma il materiale di base non è che fosse tra i migliori tanto musicalmente che come originalità della storia.
Restano impressi il brano che dà il titolo allo show e la canzone che i due compongono insieme I still believe in love, alcuni dei dialoghi e poco altro.

Grande novità per la Menier: l'aria condizionata finalmente funzionante e addirittura per lo spettacolo di Natale, A Little Night Music del maestro Sondheim, persino i posti numerati, seppure con un aumento di circa il 50% del prezzo del biglietto (i numeri da applicare su delle panche più cari della storia...). E noi si è già deciso che già che ci siamo, in questa venue a cui siamo parecchio affezionati, ci chiudiamo il 2008.

domenica 14 settembre 2008

There's a place for us...

... and it definitely is a theatre, or a music hall, or some other venue!

Dato che al Fringe quei “soli” tre show in due giorni ci avevano un po’ fatto il solletico, bisognava pure completare l’opera, right? Intendiamoci, non siamo responsabili: è tutta colpa del prozio Epicuro che scrisse quella strappalacrime lettera sulla felicità, e degli editori che anni fa la misero in commercio a mille lire… chiaro che poi ha mietuto vittime tra gli animi più nobili e sensibili… e noi Bad Idea Bears siamo taaaaanto sensibili, per cui poi l’invito a godersi le gioie della vita mica ce lo facciamo ripetere troppo volte!

Insomma, tocca occuparsi anche degli altri momenti teatrali, e poi di quelli più squisitamente musicali. Quindi apriamo, con ordine, con un nuovo capitolo della saga sondheimiana. Questa volta, a dirla tutta, The Master è autore solo dei testi, perché le musiche le ha scritte quell’altro pivellino di Bernstein e il concept narrativo va a spulciare invece in una storiella di portata vagamente universale scritta tanto tempo fa da un tale Guglielmo Shakespeare.
In altre parole… metti che Giulietta si chiama Maria e Romeo si chiama Tony, metti che Verona assomiglia al West Side di New York… ed eccoti servito un classicissimo del teatro musicale.

WHERE: Sadler's Wells Theatre - Rosebery Avenue, London EC1R
WHEN: 23rd August 2008, matinee
HOW WAS THE SHOW?


Non potevamo certo perdere questa chance per una serie di motivi: a) come già detto, il nostro “credo” ci impone di non trascurare tutto ciò che sia uscito dalla penna di Stephen Sondheim; b) questa produzione itinerante per l’Europa aveva raccolto enormi consensi; c) era ospitata dal Sadler’s Wells Theatre che si erge ai piedi della salita che conduce verso Angel e da sempre è associata, nel nostro ricordo visivo, al passaggio del N38 tra due file di tronchi scuri coperti da una pioggia di minuscole luci… e questo teatro dedicato alla danza ci attirava a mo’ di magnete ormai da tempo. La nostra uscita teatrale è peraltro stata resa ancora più speciale perché con noi avevamo le nostre due fidate compagne di viaggio dell’estate passata, che non potevano mancare ad una visita londinese e, soprattutto, ad un rendez-vous con la cucina del Busaba!
Tornando però allo show… qualcuno – non facciamo nomi, ma è lo stesso sito che ha recensito “Never forget” con una paccata di stelline – aveva bollato questo West Side Story come vecchio e poco convincente. Ben altra è stata la nostra impressione! Certo, la trama è, come già accennato, sufficientemente nota, a meno che in questi ultimi secoli siate vissuti su un altro pianeta, in un’altra galassia, e nessuno vi abbia mai rivelato che la storia di Romeo e Giulietta non finisce proprio con “e vissero tutti felici e contenti”… ma tale e tanta era l’energia sul palco della compagnia, così intensa l’interpretazione dei principals anche nei momenti un po’ retorici (per esempio in “Somewhere”), così ricco l’allestimento dal punto di vista coreografico e l’impatto visivo dei costumi, che era parecchio difficile restare indifferenti.
E ancora meno facile era restare indifferenti alla voce di Tony, un raro e fortunato mix tra impostazione pressoché lirica e intelligibilità e chiarezza della parola perfettamente preservate! Rimane poco tempo per “digerire” il finale che – scelta non comune nel teatro musicale – lascia gli spettatori nel silenzio di una scena solo recitata senza un reale closing number… che già sgorga caloroso l’applauso per la compagnia schierata al curtain call.
Alla vigilia temevamo un po’ di soffrire l’impianto tradizionale delle musiche, ma lo show è volato via senza mai risultare pesante e, anzi, siamo usciti dal Sadler’s Wells con la viva intenzione a ritornarci quanto prima per confrontarci con uno spettacolo di pura danza - e non avessimo già infarcito la nostra schedule a priori, avremmo già subito il forte richiamo della prima produzione disponibile dopo la chiusura di West Side Story di lì a pochi giorni!!

sabato 5 luglio 2008

See the world through the eyes of a child...

... and the wonders it will show...

WHERE: King's Head Theatre, 115 Upper StLondon, N1 1QN
WHEN: 14th June, 2008
HOW WAS THE SHOW?

Non c'è dubbio che la Disney avrebbe avuto da recriminare se lo show avesse mantenuto il suo titolo originale, 'Enchanted', perché l'idea di un mondo parallelo al nostro in cui vive un nostro alter ego identico a noi fisicamente ma con personalità e tratti caratteriali rivisti e corretti non sarebbe stata proprio distante anni luce dal film natalizio della passata stagione cinematografica. 'Betwixt', però, ha avuto un felice esordio londinese e la speranza è che possa avere ulteriore fortuna, magari anche su una piazza più vistosa e perché no, con un allestimento ulteriormente sviluppato ed arricchito da mezzi più sostanziosi dal punto di vista dei fondi...

Ospitato dal King's Head Theatre, che sorge sopra l'omonimo pub, una istituzione su Upper st. più o meno a metà 'vasca' per il passeggiatore abituale - noooo, ma che dite, ai Bad Idea Bears non capita maaaaaai di farla tutta a piedi, cosa avete capito...? - in quella dimensione 'betwixt', in between, tra la pinta di birra in simpatia e la condivisione gioiosa dell'arte del teatro.

Scritto e interpretato, tra gli altri giovanissimi performers, da Ian McFarlane, 'Betwixt' narra come un giovane scrittore vittima di una drammatica crisi di creatività alla vigilia della consegna della sua seconda opera, accompagnato dal suo neo-flatmate che nell'appartamento ha sostituito la fidanzata fuggita verso altri lidi, trovano una breccia aperta su quel mondo parallelo, un mondo governato da leggi un po' diverse da quelle del nostro mondo, dove la fantasia e l'immaginazione la fanno da padrone.

E in questa avventura i due protagonisti si imbattono in una sere di personaggi strambi, dal capo-compagnia di un gruppo teatrale amatorialissimo tutto teso ad autoesaltarsi alla regina delle ninfe che cerca di circuire lo scrittore, il quale però si è ormai innamorato di una testa di donna senza corpo, e in sconda battuta il suo neo-flatmate, che però di lei proprio non si può innamorare perché ha già una cotta per il principe... Ok, cari 4 lettori, avete capito tutto?! Come no!?!? E allora date un'occhiata...

Un gioiellino di show, che viene esaltato dalla dimensione intima e "casalinga" del King's Head, che pone il pubblico in mezzo all'azione e faccia a faccia con il cast affiatato e che pare divertirsi un mondo con testi e musiche pieni di ironia, piccoli colpi di genio (la testa senza corpo di cui sopra che canta al suo amore "I have no-body but you") e soprattutto il richiamo a non perdere mai il contatto con il bambino che vive dentro di noi e che, in una certa fase della nostra vita, lasciava che fossero fantasia ed immaginazione a determinare il ritmo delle nostre giornate...
and the limit is as far as you will go
don't lose your innocent soul
don't let it fail
remember the ways you played on those days
in the years when cares were few
Dare to dream, dare to dream
I dare you

sabato 29 marzo 2008

How do you re-arrange a song like Maria?


WHERE? Menier Chocolate Factory London
WHEN? 19 March 2008
HOW WAS THE SHOW?

Incantati completamente da questa donna eccezionale lo scorso anno nel concerto Good Thing Going - Simply Sondheim, non appena abbiamo scoperto che ci sarebbe stata una sua serie di concerti alla beloved Menier Chocolate Factory, abbiamo immediatamente acquistato i biglietti per la prima preview.

E che si può dire di una che ha Sondheim come padrino di uno dei suoi figli, il quale bimbo lo identifica come il signore che ha tanti bei giocattoli e prepara ottimi sandwich al cetriolo, e che ha Michel Legrand che le scrive una canzone appositamente per questo show? Giusto inginocchiarsi e dirle “we ain’t worth it!”

Non si sa se per il poco tempo trascorso dalla fine del run o per scelta, ma la scenografia era praticamente la stessa de La Cage, con la differenza che sul palco al posto delle Cagelles c’erano 11 spettacolari musicisti in grado di suonare circa 40 strumenti differenti diretti dai due MD Michael Haslam e Chris Walker.
Maria entra a sorpresa cantando che non sa bene con cosa iniziare, per cui farà per primo il suo numero di chiusura salutando e ringraziando tutti per aver partecipato, per poi a fine canzone osservare dalle quinte che ora non ha qualcosa con qui chiudere... Riparte poi dalla platea (evvabbé, non c’è galleria, ma non stiamo a sottilizzare) cantando Marry me a Little, con la voce un po’ rotta dall’emozione, ma non per questo meno catchy. Ci spiega che questo show è composto da canzoni che ama e che un po’ rappresentano la sua vita e attacca “A child is born” seguita dalla splendida “I won’t mind”. Purtroppo non c’era un programma di sala disponibile, per cui non tutte i brani sono state identificati, ma vale la pena ricordare la versione a cappella di “Tom’s diner” di Suzanne Vega, una versione molto (forse pure troppo) slow di “You’re my sunshine” ed il finale del primo atto col botto “Sunday in the park with Dot” ovvero un medley da SITPWG dal punto di vista di Dot che ci ha totalmente stesi visto l’amore che nutriamo per questo musical e anche preparati alla visione che ci attendeva poi domenica 23...

Da non dimenticare neanche lo splendido pezzo scritto appunto appositamente da Legrand “Le Trombone” che ha consentito agli elementi della band di mettere in mostra tutta la loro abilità nel cambiare strumento con una facilità disarmante. Segnaliamo in particolare il ragazzo che dal fondo del palco alternava xilofono, batteria e percussioni letteralmente saltando dall’uno all’altro!

Nell’intervallo, ancora un po’ overwhelmed, abbiamo fatto ulteriori salti di gioia quando abbiamo visto apparire sul palco l’inconfondibile tavolo di Mrs Lovett ed i suoi infarinatissimi pies. A Maria serviva giusto...a customer! E chi passava di là quella sera ed era seduto in prima fila? Toh, Philip Quast, che aveva abbandonato quel palco proprio una settimanella prima dopo 3 mesi di La Cage! Diciamo che la canzone non è che sia stata proprio eseguita alla perfezione visto che i due hanno iniziato a scherzare tra loro (con Maria che ad un certo punto ha urlato a Quast “Stop upstaging me!”), ma il tutto è stato molto divertente.
E’ stato poi il secondo momento dell’orchestra con un’esecuzione molto alternativa della Ballad of Sweeney Todd mixata con il tema della Pantera Rosa, il tutto condito con altri pezzi sempre tratti da Sweeney.

Altro momento forte è stato il coinvolgimento di un ragazzo del pubblico per “Short People”, che è stato pure costretto a suonare il flauto, con Maria che ha chiesto al pubblico chi era stato costretto ad imparare a suonare quello strumento a scuola, ottenendo un hands up quasi totale (cavolo, ‘ste torture sono internazionali allora?).

Nel finale non poteva mancare il suo cavallo di battaglia Broadway Baby e un bell’Happy Birthday eseguito a sorpresa dalla band visto che questa signora celebrava le sue XX (non si dice l’età di una signora!) primavere that very day.
Bellissima serata, con la Friedman che potrebbe interpretare e cantare pure l’elenco del telefono e ti farebbe cadere la mascella, che sa passare da un momento brillante e spiritoso ad uno drammatico e sentito nel giro di pochi secondi, seriously. E che voce....

Lo spettacolo è alla Menier fino al 4 maggio e merita, di brutto!

lunedì 4 febbraio 2008

Everybody’s got the right to their dreams…

Una frase che l’addetto alla fermata di Clapham North ha pure selezionato come frase del giorno…

Una frase che sintetizza l’American Dream di un paese in cui tutto o quasi è possibile e in cui ciascuno può realizzare i propri sogni… ma quanto di questa immagine corrisponde al vero? Anche prima di 9/11 evidentemente qualcosa non funzionava negli US of A, se è vero che, per alcuni cittadini di quella America, frustrazione, insoddisfazione e desiderio di ribellione, coniugati in varie forme, sono stati in diversi momenti della storia canalizzati in un gesto estremo incredibilmente “theatrical” e “loud”: l’assassinio (anche solo tentato) di un presidente USA, che non è l’omicidio del singolo, ma il simbolico annientamento di ciò che la sua figura rappresenta, degli squilibri e delle ingiustizie del paese di cui è alla guida, il grido di disperazione di qualcuno che vuole fare sentire la sua voce dal mondo intero.

Questo il tema di fondo che sta dietro ad “Assassins”, tema apparentemente improbabile per un musical, ma che – come in altre opere scaturite dalla mano e dalla mente di Stephen Sondheim – costituisce l’impalcatura per una creazione in cui lo spettatore è chiamato a pensare, a riflettere, ad emozionarsi, condotto per mano dall’autore al cospetto di un gruppo di curiosi personaggi che tuttavia rappresentano, a modo loro, debolezze e fragilità umane universali. Sono le storie di 9 persone che, seguendo ora un impulso omicida, ora un credo politico portato all’esasperazione, hanno provato o sono riusciti a cambiare di fatto la storia del mondo e a provocare grosse dosi di sofferenza. A rendere surreale la situazione è il fatto che nel corso del musical assassini che provengono da momenti storici diversi si incontrano , si parlano ed uniscono le loro voci nel canto (Sondheim anche in questo caso è impareggiabile nella scrittura dei numeri di insieme in cui, in contrappunto, personaggi diversi contribuiscono insieme a raccontare una storia, a completare un puzzle di informazioni…). Ci sono derisione, commiserazione, risate, orgoglio e rabbia miscelati ad abbondanti dosi di humour nero. Ciascuno degli assassini ha una storia che lo rende unico e differente dagli altri, prima di quel punto di arrivo comune, ed è particolarmente d’impatto il pensiero che quel 'finale' leghi insieme le esistenze di un tale mosaico di varia umanità.

WHERE? Landor Theatre, 70 Landor Street, London, SW9 9PH
WHEN? 2nd February, 2008
HOW WAS THE SHOW?

In quel di Clapham North si è appena conclusa la (brevissima!) run di questa produzione di ‘Assassing’ con cui debutta una casa di produzione nuova di zecca (West72nd). L’allestimento, reso particolarmente intimo e inevitabilmente “in-your-face” dall’ambiente di scena, non può certo lasciare indifferenti. Ogni più piccolo dettaglio è a portata d’occhio e di orecchio, e vedersi puntare contro una selva di pistole, anche se props, è un’esperienza curiosa… Dopo un inizio che vede disgraziatamente la (minuscola) orchestra coprire la voce del ‘Proprietor’, lo show decolla e raggiunge una grande intensità interpretativa, soprattutto grazie alle prove di Jeff Nicholson (Guiteau), Graham Weaver (Hinckley), Christopher Ragland (Booth), Nathan Kiley (Balladeer), Kris Webb (Byck) e Jenni Bowden (Sarah Jane Moore), giovani interpreti zeppi di talento che hanno dato vita in scena a quel mosaico di piccoli perdenti con le loro manie, i loro punti deboli e quel pizzico di follia che li ha portati a commettere il gesto estremo.
Qualche piccola perdonabile pecca qua e là - qualche svirgolata negli accenti che d’improvviso abbandonano lo standard American per tradire le origini britanniche di quasi tutto il cast, oppure la necessità di qualche ripetizione di italiano per restituire “senzo” compiuto e “rivavvivare” le parole di Zangara - ma per il resto un allestimento davvero interessante che avrebbe meritato una run più lunga… con una sola, piccola, grande eccezione. Cui dedichiamo la chiusura del post, perché meglio conoscerla… per poterla evitare!


Lei. April Small.
La vera “cagna” su un palco. Quella che piglieresti a roncolate a due per due finché non diventano dispari…
Guardiamola bene in faccia, please, questa attrice che i Bad Idea Bears si sono ormai segnati sulla lista nera e faranno riti voodoo per non ritrovarsela in scena davanti agli occhi in futuro, colei il cui nome da squaw di Piccola Aprile lascia comunque sperare che la sua carriera non vada troppo oltre il maggio inoltrato…
E’ lei nel ruolo di Lynette Gromme che non solo fa emergere a più riprese il suo accento nativo, non solo qua e là ha qualche difettuccio di emissione e quindi i suoni non sono proprio i più piacevoli che si ricordino (e cantando senza amplificazione i nodi vengono presto al pettine), ma non contenta si piglia una serie improbabile di stecche e, giunti al topico momento di ‘Unworthy of your love’ in duetto con Hinckley, mentre lui esegue meravigliosamente la sua parte, zacchete, eccoti lei che cala paurosamente per intere frasi e soprattutto, noncurante del fatto che le sue corde vocali avevano evidentemente montato un sit-in di protesta contro l’ignobile impiego di note al di sopra del DO centrale, quando si arriva alla parte armonizzata, eccola che carica le sue note a palla, così - deve aver pensato - almeno si rovina tutta la magia del brano per benino, magari a sentirla così credono che la stia facendo brutta apposta!?!?

domenica 6 gennaio 2008

It's a law of Pantoland...

... that if you hear anyone mentioning "cake", you have to shout it back!


Questa, ed altre importanti lezioni di vita britannica sono state impartite ai vostri Bad Idea Bears nel corso di una originale e brillante edizione in chiave'panto' della fiaba senza età di Cinderella, riscritta ed adattata per mano di Stephen Fry.

WHERE?: The Old Vic, The Cut, London SE1 8NB
WHEN?: 31st December, 2007 - matinée
HOW WAS THE SHOW?:

Per i non britannici, la panto non può che essere un'esperienza nuova e sorprendente. Immaginate famiglie al gran completo che affollano i teatri, i bimbi con gli occhioni sgranati e la mascella che casca ogni volta che sul palco accade qualcosa di "magico", i grandi con il sorriso compiaciuto di chi sa di iniziare così i più giovani alla sana abitudine di andare a teatro, ma soprattutto il piacere di ridere di gusto, quando il copione regala doppi sensi, allusioni più o meno camuffate, battute a raffica legate ai personaggi sulle copertine dei giornali per i loro (de)meriti, a stranezze della società inglese e via dicendo... tutto ciò passa - teoricamente - sulle teste dei bambini, tanto impegnati a seguire la storia favolosa che prende vita davanti ai loro occhi da non rendersi conto che ci deve essere qualche strano motivo se i grandi in platea ridono come matti ogni tre per due...

La trama di Cenerentola non ve la raccontiamo, quella la diamo per scontata e se non siete preparati tornate all'asilo o rispolverate il libro - o il disco con la canzoncina iniziale? adesso non venite a dirci che non avete mai avuto una fiaba con il disco... o che siete troppo giovani?! - dalla vostra cantina. Vi diciamo però che la versione UK da panto è comunque un po' rivisitata e corretta, quindi ve la dovete imparare come noi...
Per cominciare prevede alcuni personaggi che la Disney si era dimenticata nel film, come Buttons - servitore a casa della matrigna al fianco di Cinderella - e Dandini, aiutante del Prince Charming.

E poi chiariamo subito che l'allestimento non è proprio il più prevedibile... le sorellastre, qui ribattezzate Dolce e Gabbana, sono allegramente interpretate da due omoni in drag, e vestite accordingly. Seconda legge di Pantoland: quando ci sono i cattivi (leggi: le sorellastre) in scena, si fa 'boo' tutti in coro!
C'è un narratore, una donna in abiti maschili, che si sdoppia anche come padre di Dandini. Talvolta fa confusione con i ruoli, ma ha le idee molto chiare su tutto ciò che deve accadere... o no? Prince Charming è protagonista di una doccia in scena. La Fata Madrina fatica un po' a farsi riconoscere come tale da Cinderella, che onestamente è proprio un attimino blonde - though her hair isn't - ma poi le risolve la faccenda da par suo, con tanto di zucca che si dilata all'inverosimile, topini trasformati in cocchieri, e tutti gli ingredienti necessari. Ah, e poi, c'è l'interazione con il pubblico. 'Oh, yes, boys and girls' - terza regola di Pantoland: si è sempre boys and girls nel pubblico di una panto. Scendono tra il pubblico Narratore e Buttons a prelevare due ignari bimbi coinvolti in una sequenza arricchita da effetti speciali a go-go per produrre il suddetto effetto a mascella abbassata ed intenerire il pubblico ulteriormente...
E infine - quarta regola di Pantoland: si canta!!! - arriva il momento in cui sempre Narratore e Buttons dirigono il pubblico nell'esecuzione di una nursery rhyme... per l'occasione 'My Bonnie lies over the ocean' (che il vostro Baby Blue Bear ignorava fino all'istante in cui Buttons ha iniziato a cantarla, ma poi ha recuperato in tempo reale questa sua carenza per non perdere l'occasione, irresistibile, di cantare due note in un teatro londinese senza che la Yellow Bear potesse tentare di fermarlo... tanto cantavano tutti!)

E poi finisce che... vabbè... ve lo dobbiamo pure anticipare che c'è il lieto fine!?!? Epperò non è proprio quello scontato che vi aspettate tutti, perché oltre all'ovvio matrimonio tra Cinderella e Prince Charming, si celebra pure la civil union tra Buttons e Dandini. And they all lived happily forever after.... *sighs*
Un'esperienza, la Xmas panto, senza dubbio da ripetere, perché fonte di risate genuine e di soddisfazione, per chi ama il teatro, nel trovarsi in un Paese che ne celebra l'arte - sia come straight play, sia come musical theatre, che la panto miscela - al punto da farla conoscere ai suoi più giovani abitanti sfruttando il loro naturale debole per ciò che è fantasia e immaginazione... ed al di là delle ritualità da panto con tutte le sue regole non scritte, un'esperienza anche soddisfacente dal punto di vista artistico, per la scrittura brillante di Fry e le interpretazioni di Sandi Toksvig (Narrator), Pauline Collins (Fairy Godmother), e Paul Keating (Buttons) - e non si venga a dire che quest'ultima menzione compare solo perché ci sta dietro il Baby Blue Bear... esso ;-) è bravo sul serio.

venerdì 4 gennaio 2008

I am what I am!


And so what, if I love each feather and each spangle,
Why not try to see things from a different angle?

È con le note di questo brano, celebre per essere stato interpretato negli anni da un bel po’ di nomi del pop internazionale (Gloria Gaynor anyone?) e per essere diventato un inno del Gay Pride, che si chiude il primo atto de ‘La cage aux folles’, in scena nella cornice intima della Menier Chocolate Factory.
Ma è l’intero musical a ribadire a più riprese il valore di una vita vissuta abbracciando il proprio essere, e di sentimenti e legami affettivi la cui importanza non si misura con le convenzioni, con l’immagine da “proteggere” davanti alla società con le sue “regole” formali.
Allora l’amore di Georges e Albin, compagni da una vita, e il legame “madre-figlio” di Albin e Jean-Michel possono avere la meglio anche in mezzo alla serie di equivoci, colpi di scena ed imprevisti che compongono la trama della commedia musicale scritta da Herman e Fierstein (oh yes, proprio la prima Edna di Hairspray B'way!) ispirandosi alla omonima opera teatrale francese che poi divenne, per il grande schermo italiano, ‘Il vizietto’.

WHERE: 51/53 Southwark Street, London, SE1 1RU
WHEN: 29th December, 2007
HOW WAS THE SHOW:
L’allestimento della Menier, come nella tradizione di questo teatro fringe, trae la sua forza, oltre che dalla assoluta qualità del cast, proprio dalla dimensione molto intima dell’ambiente, per l’occasione trasformato in locale notturno della riviera francese, a partire dall’ingresso per il pubblico in platea, tutto un trionfo di velluto rosso e luci colorate intermittenti che poi diviene parte integrante della scenografia. Philip Quast nei panni di Georges, ma più ancora Douglas Hodge in quelli di Albin/Zazà, raccontano, miscelando con sapiente esperienza tutti gli ingredienti del caso, la tenera e buffa storia d’amore dei protagonisti, che vive di romanticismo (‘With you on my arm’, ‘Song on the sand’) ma anche di grandi risate legate ai vari fraintendimenti e agli interventi delle Cagelles, oltre che della aspirante Cagelle Jacob… Neil McDermott è invece Jean-Michel, figlio di Georges e Albin, ed è anch’egli autore di una prova più che convincente. Ma non sorprende che alla Menier neppure questa volta abbiano lasciato nulla al caso… e non ci sorprenderebbe ritrovare nei prossimi mesi questa produzione pronta per l’ennesimo transfer verso il West End *pretty, please, Mr. Babani, do the trick again*


I Bad Idea Bears sarebbero prontissimi a celebrare l’evento, per il piacere di rivedere lo show in sé… ma anche più per il piacere di rivederlo in un ambiente ad una temperatura umana!! Performance sold-out, posti non numerati su panche imbottite di velluto, spot puntati oltre che sul palco proprio sulle teste degli spettatori – e credeteci, non si tratta di interi metri più in alto… - si traducono infatti in un caldo pazzesco! So watch out, people… portatevi una t-shirt e via, verso London Bridge...
Sarà forse per questo motivo che la produzione è un pochino sfigata? Douglas Hodge è stato assente per oltre un mese per problemi respiratori e alcuni spettacoli sono stati recentemente annullati perché metà del non numerosissimo cast era influenzato... Mr. Babani ha tra le mani un vero gioellino, lo curi un tantinello di più anche da un punto di vista comfort, pretty please!!!!